lunedì 24 marzo 2008

Recensione di Ulver - Shadows Of The Sun


Tra tutta la musica che ho sentito nell'ambito "dark" l'ultimo disco degli Ulver mi è sembrato uno dei piu interessanti e innovativi. Dal lontano 1996, quando pubblicarono il loro ultimo disco black metal, gli Ulver intrapresero una carriera che li portò a distinguersi nettamente dagli altri gruppi della scena scandinava assimilando spunti provenienti da generi lontanissimi (trip hop, techno, jazz, ambient e persino musica classica). E tra tutti gli album sperimentali "Shadows Of The Sun" rappresenta un punto di arrivo (e di inizio) verso un genere nuovo in cui tutti gli elementi provenienti da altri generi si amalgamano e costituiscono un corpo unico senza piu essere, come negli album precedenti, delle sporadiche incursioni. Questo è un album malinconico, onirico, cupo, ma non privo di momenti di speranza. Pezzi come, "Shadows Of The Sun", "Like Music", e soprattutto "Vigil" regalano momenti di grande raccoglimento e intimità, ma non sono che attimi che si fondono in una marea di suoni elettronici e svaniscono lentamente. Al posto che esplodere in ritornelli trascinanti, questi pezzi sembrano collassare su se stessi ritornando nel caos originario dal quale hanno preso forma. Il tono dell'album è pacato e antiepico, la voce bassa e penetrante. Le uniche due eccezioni sono "All The Love" e "Let The Children Go" che grazie all'uso della batteria, delle varie percussioni (notevole lavoro di percussioni in let the children go) e della tromba (molto toccante l'assolo di all the love) rendono l'album a tratti acceso ed emotivo. Gli altri pezzi, "Eos", "Funebre" e "What Happened" sono piu classici e avvolgenti grazie all'uso massiccio di archi. "Solitude" è invece una cover jazzata dei Black Sabbath, resa unica grazie agli interventi in punta di piedi del sax. In definitiva, questo album è il capolavoro degli Ulver, che denota una grande sensibilità musicale di ogni singolo componente (potete trovare qui la line-up) e un perfetto connubio tra sperimentazione e uniformità globale dei brani, cosa che agli Ulver non era mai riuscita pienamente. Da questo connubio ne è risultato un genere inclassificabile che definirlo "dark" è troppo limitativo.

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